Esistono date e luoghi  che periodicamente vengono ricordati per gravi fatti accaduti: sono date e luoghi che ricordano, molto spesso, quelle che vengono definite con una parola che genera indignazione: “strage”. L’elemento che accomuna le stragi è, normalmente, il numero elevato di morti provocati da un evento imputabile all’azione dell’uomo: guerra, terrorismo, mafia, ecc.

In talune di queste stragi si attribuisce la colpa non solo a singole persone, ma anche alla incapacità ed all’irresponsabilità delle istituzioni preposte, in quanto queste non hanno svolto appieno il loro compito per impedirle o fermarle.

Certe stragi non sono state il frutto di una imprevedibile o fortuita casualità, ma trovano le loro radici in comportamenti omissivi precisi e specifici di talune istituzioni, non solo locali, ma anche centrali.

Esiste in Italia quella che i cittadini chiamano “Costituzione”. È la carta dei diritti dei cittadini che uno Stato  democratico deve promuovere, realizzare e tutelare.

Nella Costituzione italiana vi sono due principi, che pur separati da trenta altri articoli, in realtà sono uniti ed inseparabili: sono gli articoli 1 e 32. Parliamo di Lavoro e Salute. A questi due ne potremmo collegare logicamente altri:   2, 3, 4, 9, 27, 32, 35, 3687 (lascio ai miei lettori l’invito a cercarli e leggerseli).

Qualora questi principi non fossero rispettati o venissero più o meno apertamente violati, il risultato finale verrebbe inevitabilmente definito: una strage.

Dopo ogni strage ci si chiede:

ma tutto questo si poteva evitare?
C’è qualcuno che ha delle responsabilità per quanto accaduto?
Che dire poi del concetto di prevenzione?
E se qualcuno, prima della avvenuta strage, avesse avvertito dell’imminente pericolo?

Purtroppo all’idea di strage è legato il concetto che per essere definita tale ci deve essere numero elevato di morti in pochi istanti, e questo susciterebbe certamente reazioni a vari livelli; ma qualora un numero elevato di vittime avvenisse “diluito” nel tempo, forse,  nessuno ci farebbe caso. Se un singolo evento, ad esempio, provocasse all’improvviso duecento morti la strage sarebbe evidente e sarebbe riconosciuta tale; ma se questi duecento morti avvenissero nell’arco di un anno neanche ce ne accorgeremmo.

Senza memoria non c’è storia; un popolo senza memoria è un popolo senza storia: questo concetto, da un po’ di tempo lo sento ripetere molto spesso. Per questo, oggi, in Italia, celebriamo le giornate della memoria, le giornate del ricordo, memoriali, commemorazioni  ed altre iniziative simili.

Anche se tardivamente, magari dopo alcuni decenni, talvolta, lo stesso Stato, ammette le proprie responsabilità in certi eventi: allora si parla di strage di Stato, ma i colpevoli, ormai non ci sono più o non saranno mai più ricercati.

Ecco un caso emblematico: lo avevano definito molti decenni fa “il triangolo della morte”. Oggi è diventato “quadrilatero”. Probabilmente in futuro diventerà pentagono, esagono, ettagono della morte.

Nel 1979 comincia a manifestarsi in modo eclatante la strage del “triangolo”: esplode il caso dei bambini malformati di Augusta; si accerta l’elevato numero dei morti di cancro; nel mare di Augusta entra incontrastata la morte: il responsabile si chiamava “progresso”.

Scatta l’allerta delle autorità sanitarie: l’inquinamento sta provocando una strage. Solo 11 anni dopo, il 30 novembre 1990 il governo italiano definisce il “triangolo” area ad elevato rischio di crisi ambientale, ma il decreto rimane solo un pezzo di carta. Poi, 18 anni dopo, il “triangolo” diventa SIN (sito di interesse nazionale), cioè luogo riconosciuto inquinato che occorre necessariamente bonificare. Anche questo è rimasto solo carta.

Per far memoria, per ricordare, per denunciare, a partire dal 28 febbraio 2014, ad Augusta e nella sola Augusta, si comincia a stilare l’elenco delle vittime del cancro: i nomi saranno letti ad uno a uno durante un’apposita celebrazione in chiesa. La lista, mese dopo mese, si allunga: 156, 250, 320, 580, 635, si superano i mille. La lista genera interesse, ma anche perplessità e paura: se ne occupa la magistratura, i tabulati con i nomi, con l’età, con il lavoro svolto e con la patologia di ognuna delle vittime finisce sul tavolo del governo e di due  presidenti della Repubblica, se ne parla  in Parlamento italiano ed europeo: la strage, per i familiari delle vittime e delle stesse vittime, è certa, indiscutibile; altri poteri, evidentemente compromessi e colpevoli, si affanneranno consapevolmente a negare, minimizzare, confondere.

Da ben quaranta anni, quando fu lanciato l’allarme, un intervento istituzionale risolutivo non è mai avvenuto;

pertanto, senza alcuna esitazione, quanto sta accadendo, ad Augusta e dintorni, merita di essere definito STRAGE DI STATO.

Ma ancora una volta, lo Stato tergiversa a riconoscere i colpevoli ed a riconoscersi responsabile della strage di Augusta e del “triangolo” o “quadrilatero”: la strage di Augusta è “strage di stato” perché è frutto del “consapevole non intervento istituzionale” a promozione e difesa degli articoli 1 e 32 della Costituzione.

COME LE VITTIME DELLA MAFIA, DEL TERRORISMO DELLE CALAMITÀ;
COME LE VITTIME DELLE FOSSE ARDEATINE, DI MARZABOTTO E DELLA GUERRA;
COME LE VITTIME DELLE FOIBE;
COME LE VITTIME DI MARCINELLE;
COME LE VITTIME DEGLI INCIDENTI SUL LAVORO;
ANCHE NOI
ATTENDIAMO GIUSTIZIA
E UN DOVEROSO RICONOSCIMENTO
DA PARTE DELLO STATO ITALIANO. 

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