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Premio Nenni 2015

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“In questo momento il pensiero non può non andare a tutti coloro, vittime e familiari, che hanno tanto sofferto e che soffrono. E’ purtroppo troppo tardi per alcuni, ma ho piena fiducia che almeno le nuove generazioni potranno vedere i risultati di questa azione. Pertanto, auspico che il provvedimento legislativo (LEGGE SUGLI ECOREATI approvata il 19 maggio 2015) possa essere rapidamente approvato in via definitiva, così che finalmente l’Italia sia dotata di norme per punire chi inquina l’ambiente, deturpa la bellezza della nostra terra, minaccia la nostra salute e ruba il futuro alle giovani generazioni.

Il premio Nenni nell’anno 2015 è andato a don Palmiro Prisutto, parroco di Augusta, “diventato negli anni un punto di riferimento per la sua comunità, martoriata dall’inquinamento del polo petrolchimico, il più grande di Europa – ha sottolineato Grasso -.

Purtroppo quello che negli anni ’50 ha rappresentato un forte fattore di crescita economica e sociale, oggi si rivela causa di un terribile inquinamento ambientale: falde idriche infiltrate, anomalie negli alimenti, deformazioni nei pesci e tanti, troppi casi di patologie tumorali nella popolazione. E lei, caro Don Palmiro, tiene senza sosta questa triste, drammatica contabilità: elencando i nomi delle persone morte di tumore. Una situazione che non può rimanere un problema di coscienza personale, è una questione che riguarda proprio quella coscienza collettiva …….

PIETRO GRASSO

PRESIDENTE DEL SENATO

“Lo Stato deve dare una risposta a chi minaccia l’ambiente e le generazioni attuali e future: la legge sui reati ambientali va a riempire una lacuna giuridica e rafforza gli strumenti per combattere illeciti e illegalità”, ha dichiarato il presidente del senato Pietro Grasso consegnando il Premio Nenni a don Palmiro Prisutto, parroco di Augusta, una comunità martoriata dall’inquinamento del polo petrolchimico di Augusta, il più grande di Europa.  

“Una vicenda come quella di Eternit con una legge come questa non sarà più possibile”, è il commento del ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

                                          Ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

Carissima Italia,

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Italia carissima,
stai vivendo una esperienza di cui si parlerà certamente nei libri di storia.
Di solito la storia riguarda il passato; stavolta, invece, riguarda il presente e il futuro dell’Italia e non solo di essa.
E questa storia non solo la racconteremo, ma la scriveremo noi.
Ma dobbiamo fare in modo di scriverla e rileggerla da vivi e non da essere ricordati sui libri come le anonime migliaia di vittime delle tante guerre che vi si sono combattute.
Di guerre, nel secolo scorso, cara Italia (ed Europa) ne hai visto tante, …. E, addirittura le hai “esportate” in tutto il mondo. Ma qual è stata l’utilità di esse?
Ogni guerra ha lasciato dietro di sé morti, feriti, distruzione, fame, miseria, odio verso il “nemico”.
Poi ogni guerra finisce e si firmano precari ed umilianti “trattati non di pace” , ma di “non guerra” tra vincitori e vinti.
Ogni guerra produce morti e feriti, distrugge le case e le strutture, uccide la natura, e soprattutto divora quelle risorse, assai più necessarie, che dovevano essere prioritariamente destinate alla vita e alla salute degli uomini.
I costi di una qualsiasi guerra sono inquantificabili: quanto valeva un aereo abbattuto, una nave militare affondata, un carro armato distrutto, un missile, una bomba atomica? Mi sono sempre chiesto, io, che le guerre le ho studiate sui libri di storia, le ho viste solo nei film e nei documentari, che le ho sentito raccontare dai parenti più grandi…: a che cosa sono servite le guerre? Hanno, forse, qualche volta, ristabilito quella “giustizia violata” per la quale sono scoppiate? Oppure sono state le basi di altre ulteriori ingiustizie?
Poi, esausti, o impossibilitati a continuarle per mancanza di uomini e mezzi, gli uomini finalmente si fermano, e dopo un po’, la vita riprende, il tempo attenua i ricordi, rimargina le ferite, fino a far dimenticare che ci sia stata la guerra e sopraggiunge anche quello strano oblìo che fa assopire i sentimenti ostili e si ricostruiscono nuovi rapporti fra le nazioni. La storia del secolo XX lo ha dimostrato.
I nemici, nelle guerre, erano altri uomini, che vi erano stati costretti a combatterla, ma che nessuno di essi avrebbero voluto fare.
Dietro tante guerre ci sono stati singoli o pochi uomini che per loro sognavano “orizzonti di gloria”; uomini che con la loro propaganda ideologica hanno coperto le “urla del silenzio” della povera gente a cui hanno fatto trascorrere “il giorno più lungo”(sarebbe più giusto dire la notte più lunga)….
Dietro tante guerre ci sono persone, società, lobbies e stati che spinti dall’idea che “finchè c’è guerra c’è speranza” continuano nel più totale disprezzo della vita altrui a produrre e vendere armi, e per questo non esitano a creare tensioni e conflitti per piazzare i loro “prodotti”, perché pensano che per loro “per chi suona la campana” non è un affare che lo riguardi. Loro staranno sempre nelle retrovie, ma mai in trincea.
Non sarebbe il caso di combattere “la grande guerra”?
Riprendendo Isaia ed attualizzando quanto scrisse Follereau: c’è poca differenza tra la forma di una fiala di vaccino e quella di un proiettile: incredibilmente simili nella forma, ma profondamente diversi nel prezzo e nell’utilità; quanto costa uno di quei sommergibili capaci di resistere varie settimane sott’acqua e in grado di spedire in ogni direzione a migliaia di chilometri i loro micidiali missili: ma quanti ventilatori polmonari e apparati respiratori sanitari oggi con l’equivalente di uno solo di essi si sarebbero potuti costruire? Paragoni ed esempi oggi si sprecano anche facendo riferimento ad altri campi: per il diritto al divertimento possiamo utilizzare le lussuose navi da crociera, ma il diritto alla salute non è un diritto, forse è meno di un optional.
Non esistono guerre giuste: a parole lo hanno detto tutti “i grandi uomini della terra”. Ma intanto le guerre ci sono.
Oggi, in tutto il mondo, si aggira un nemico invisibile, ma vero e reale: lo hanno denominato covid-19. Questo nome, oggi, lo conoscono tutti: anche quei bambini che non possono andare a scuola e che forse il virus per la loro “innocenza” li sta risparmiando;
lo conoscono anche quei giovani che con tanta spavalderia pensavano di esserne e immuni e che con la loro “fuga e rientro irresponsabile” hanno contagiato proprio coloro che con loro risorse li sostenevano nei loro studi a distanza.
Lo ha conosciuto, purtroppo, anche senza conoscerne il nome o saperlo pronunziare, tanti anziani;
lo abbiamo conosciuto anche noi che nella scienza e nella tecnologia avevamo riposto le nostre speranze;
lo hanno conosciuto loro malgrado, anche “i grandi”: attori, sportivi, politici, …. perfino le teste coronate;
lo hanno conosciuto anche quelli che per lavoro o missione sono entrati a contatto con i contagiati: da quelli che indossano la divisa da infermiere ai camici bianchi alle tonache nere o rosse;
lo hanno conosciuto anche quelli che indossavano l’uniforme mimetica quando hanno dovuto trasportare con i camion non le casse di munizioni, ma le centinaia di bare degli “uccisi” da quel nemico invisibile che si fa beffe delle loro armi sofisticate;
lo hanno conosciuto, (e non so quanto se lo sentano pesare sulla coscienza) quei “baron de paperoni” che, – per la loro meschina sete di guadagno – hanno “deliberatamente permesso” (se non addirittura direttamente pilotato) la crisi della sanità pubblica a tutto vantaggio di quella privata e che della salute ne hanno fatto un business;
lo hanno conosciuto, purtroppo, anche quelli che, ben attaccati alla loro redditizia poltrona nell’ambito sanitario dal livello locale fino a quello nazionale, hanno sempre esaltato l’efficienza sanitaria presente e l’ulteriore miglioramento di quella … che verrà.
La guerra in realtà non ha vincitori e vinti, forti o deboli: ha solo uomini che sono ad essa sopravvissuti , forse solo in attesa della prossima.
Oggi siamo in guerra: non l’ha scatenata il covid-19: siamo stati noi che abbiamo dichiarato guerra noi stessi.
Ci siamo ubriacati di ciò che abbiamo chiamato “progresso” non contrastando in alcun modo la nuova mentalità secondo la quale la salute vale meno dei soldi;
abbiamo accettato senza nessuna contestazione la logica di chi da “cittadini ci ha fatti diventare solo consumatori”;
penso a quella devastante burocrazia unita alla corruzione che fa affondare nelle sue sabbie mobili tanti progetti di pubblica utilità;
penso a quante opere pubbliche abbiamo lasciate intenzionalmente incompiute e tra questi anche ospedali, finiti ma mai entrati in funzione;
hanno fatto guerra a se stessi anche quegli anonimi devastatori che hanno vandalizzato scuole, strutture sportive, luoghi di aggregazione che erano solo in attesa di essere consegnate ed utilizzate, e che hanno diabolicamente esultato dopo averlo fatto.
Ma se continuiamo a fare guerre e a farci guerra, che speranza abbiamo di sopravvivere?
E se poi questa guerra l’abbiamo dentro di noi?
Oggi l’unica guerra giusta è quella alla “disumanità” in tutti i suoi aspetti a partire dal bullismo al razzismo, dalla lite familiare ai conflitti tra i popoli, dal considerare ogni uomo per ciò che è non per ciò che ha e che ogni risorsa di questo “nostro pianeta” e scienza siano “per l’uomo e per tutti gli uomini”.
Siamo già in guerra, ma finora di sola difesa contro il covid-19: dobbiamo raggiungere il traguardo più importante: questo virus è stato definito il virus dell’egoismo e della tristezza: sarà debellato solo se su questo pianeta l’Umanità ad ogni latitudine e longitudine condividerà la medicina e la risorsa più grande: l’Amore.
Oggi il virus ce lo sta facendo capire: da solo perderai.
Tanti dicono: “Ce la faremo” e “non ce la farò”:
Intanto vediamo che stanno collaborando Cinesi, Russi, Italiani, Americani, Spagnoli, …. tutti contro il nemico comune.
Quando l’Umanità sarà una sola, vincerà.
Qualcuno ce lo aveva già detto. Quando internet e la globalizzazione non esistevano.
Quando al massimo “ciò che veniva detto all’orecchio doveva essere annunziato dai tetti”.

Lo stato è rimasto consapevolmente e colpevolmente sordo, cieco e muto di fronte alla richiesta dei cittadini di Augusta

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Augusta: Forte Vittoria

Spett.le Redazione,

in questo momento in cui (in seguito all’emergenza provocata dall’attuale pandemia) sento molti personaggi della politica, del Governo e delle pubbliche amministrazioni ed anche del mondo sportivo, dello spettacolo ecc., parlare della salute come valore primario ed essenziale.

Nella mia Città, Augusta, dove è accertata scientificamente  ed è in atto un’altra epidemia chiamata cancro, all’interno del porto, sulla facciata di un’antica fortificazione spagnola, esiste una lapide che contiene queste quattro parole: SALUS POPULI SUPREMA LEX.

Questa lapide venne collocata nel 1918, l’anno dell’epidemia detta “Spagnola”. Quell’antica struttura militare, collocata su un isolotto dentro il porto di Augusta fu trasformata in lazzaretto e vi venivano internati i colpiti dalla febbre spagnola.

Chi varcò quella soglia, purtroppo non poté tornare indietro, e chi ci veniva portato, leggendo quella massima sulla lapide, comprendeva che lì si giocava l’ultima battaglia per salvare la città dal contagio mortale. Magari si rassegnava dinanzi alla prospettiva del sacrificio della propria vita, ma la salute della popolazione era visto effettivamente come il bene superiore. Al suo interno, i cadaveri dei deceduti venivano “distrutti” in due forni crematori per evitare altri contagi.

Ad Augusta, oggi centro del più grande polo petrolchimico d’Europa, dove a causa dell’inquinamento le malattie  dell’apparato respiratorio e i tumori ai polmoni sono oltre misura  diffusi, almeno, a livello personale temo (e tremo) che un’eventuale diffusione del covid-19 possa provocare non un, ma il disastro .

Augusta è anche importante base militare della Marina italiana e, non dimentichiamolo, è uno dei territori più sismici d’Europa. Si ricordi l’11 gennaio 1693 e per ultimo il 13 dicembre 1990.

Attualmente siamo “ristretti” nelle nostra case, ma visti anche i recenti eventi sismici di Grecia e Croazia, in caso di sisma come si potrebbe rimanere nelle proprie case?

Augusta in fatto di rischi (anche combinati fra loro)  non è seconda a nessun altro luogo della terra, ma su questa città e i suoi problemi si fa sempre silenzio, anche SILENZIO DI STATO.

In questi giorni, sentendo parlare di diritto alla salute come valore assoluto (ma in realtà il valore assoluto sembra essere quello economico) ho voluto trasferire su un blog (palpri2.wordpress.com) che avevo aperto tanti anni fa solo una parte di tutto quel  materiale prodotto e raccolto in oltre 35 anni  di lotta per il diritto alla vita, alla salute ed alla sicurezza.

Ci sono le lettere scritte ai presidenti della repubblica da Cossiga a Mattarella, le lettere ai presidenti della regione Sicilia da Nicolosi a Musumeci, ai ministri dell’ambiente e della salute, della protezione civile,  ai prefetti di Siracusa,  a tutte quelle istituzioni locali, provinciali, regionali e nazionali che della salute (dei cittadini di Augusta e dintorni) avrebbero “dovuto” interessarsi e che non hanno fatto  perché l’economia era ed è il valore predominante.

Oggi, devo limitarmi perfino ad uscire di casa perché potrei diventare, purtroppo, uno di quelli che, secondo le attuali direttive legislative, potrebbe risultare un “attentatore  alla salute pubblica”.

L’attentato alla salute pubblica, – paragonabile al terrorismo – è un grave reato, lo so perfettamente; ma ad Augusta e nel cosiddetto triangolo o quadrilatero della morte, così come è stato definito il mio territorio, l’attentato alla salute lo ha provocato proprio quello stato italiano che dalla fine degli anni 70, non è mai intervenuto a tutelarlo benché proprio ad Augusta quella lapide vecchia di 102 anni, ma sempre attuale è lì a ricordarcelo.

L’ospedale di Augusta, in un’area ad elevato rischio, a mio avviso, è stato politicamente ed artificiosamente ridimensionato e spogliato di alcuni reparti scomodi (per lo stato). Anche lo stato, quindi,  può essere deliberatamente colpevole, a differenza di un cittadino inconsapevole asintomatico che potrebbe infettare altri.

Il mio blog vuole dimostrare che lo stato è rimasto consapevolmente e colpevolmente sordo, cieco e muto di fronte alla richiesta dei cittadini di Augusta; quei “cittadini che – a mio modo di vedere – sono la prima istituzione dello stato”; quelli che li rappresentano o dicono di rappresentarli, vengono dopo.

Distinti saluti.

Sac. Prisutto Palmiro

Augusta, 23 marzo 2020

Il mostro di Augusta, tra arsenali e terremoti

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Da Il manifesto – 12 Novembre 2002

Viaggio nell’Italia a rischio, dove la politica «di sviluppo» ha fatto
disastri (1)
Il mostro di Augusta, tra arsenali e terremoti
Nella Sicilia orientale la più grande concentrazione di impianti nocivi
all’uomo e all’ambiente. Alta mortalità e malformazioni neonatali, in una
zona a forte rischio sismico e piena di arsenali, forse anche atomici
MASSIMO GIANNETTI – INVIATO AD AUGUSTA (Siracusa)
L’incubo di Augusta sono tutte quelle ciminiere che ardono in processione
appena al di là dal golfo, ai due lati della statale che porta a Siracusa,
tra Priolo e Melilli. E’ qui l’inferno, in questi dieci chilometri di
industrie chimiche e petrolchimiche che da cinquant’anni avvelenano il
cielo, il mare e la terra del «triangolo maledetto». Di notte, con tutte
quelle luci e torri di fuoco è perfino affascinante. Sembra fantascienza.
Ma è di giorno, con la luce del sole, che «il presepe», come lo chiamano da
queste parti, mostra la sua faccia feroce. Morti di cancro, nascite di
bambini malformati, effetti devastanti verso l’ambiente: nulla è stato
risparmiato, neanche la zona archeologica; la colonia greca di Megara Iblea
è stata calpestata senza ritegno dalla raffineria di una delle tante
multinazionali del petrolio che qui – nella «piccola Milano siciliana»
degli anni `70 (per quantità di sportelli bancari e automobili) – hanno sì
«portato il pane per migliaia di persone», ma hanno anche impedito
qualsiasi altra possibilità di sviluppo economico. La città è malata,
seriamente malata, ma la paura di Augusta _ ricostruita di sana pianta dopo
il terremoto del 1693, e dove sono ancora visibilissimi i segni del più
recente sisma del 1990 _ è anche un’altra. Il dramma, che non fa dormire
sonni tranquilli a questa città di trentacinquemila abitanti – più
ventimila nelle stesse condizioni a Priolo e Melilli _ è di essere situata
in un’area altamente sismica (s11): che la generosità di una classe
politica senza scrupoli, per consentire negli anni `50 l’insediamento del
«benessere», ha declassato (s9) nelle sue caratteristiche geologiche. Il
quadro clinico è già abbastanza disastroso, ma c’è ancora una presenza che
inquieta le coscienze più sensibili del popolo terremotato: l’arsenale
della Nato, depositato nelle viscere di una collina di Melilli, proprio
davanti ad Augusta, nel cui porto fanno base i sommergibili dell’Alleanza,
forse dotati di armi atomiche, dispiegati verso il Medio Oriente.

Il cocktail insomma è davvero esplosivo. Ne è convinto anche l’ex sindaco
di Augusta, Giuseppe Gulino _ costretto recentemente a sospendersi dalla
carica dopo una condanna per corruzione _ che però così liquidava il
problema il giorno in cui lo abbiamo sentito, prima delle dimissioni
forzate: «Sì, è vero, siamo seduti su una bomba ad orologeria, ma non per
colpa nostra, noi ci siamo nati sotto questa disgrazia. E in ogni modo, se
un giorno dovesse verificarsi, come prevedono gli esperti, il cosiddetto
`terremoto di ritorno’ di tre secoli fa, noi non moriremo per le sostanze
chimiche che si sprigioneranno dalle industrie, ma sarà l’effetto stesso
del sisma a ucciderci tutti. Non avremo scampo». Conclusione terrificante,
come terrificante è del resto la realtà di Augusta, dove ogni giorno che
passa tranquillo è un giorno di grazia.

Una realtà segnata con il pennarello rosso da più di dieci anni, da quando,
nel 1990, un decreto del ministero dell’ambiente la dichiarava «area ad
elevato rischio ambientale». Da allora nulla è cambiato in meglio. Anzi, in
assenza di seri controlli sulle emissioni velenose nell’aria e di lavori di
bonifica nel territorio, le cose sono via via peggiorate. Il referto che
segue è dell’estate scorsa e lo ha stilato la commissione parlamentare
«ambiente e territorio» del senato, spinta giù nella polveriera siciliana
dai pessimi quanto prevedibili risultati di un’indagine della procura di
Siracusa. La quale magistratura, dopo svariate segnalazioni, ha ratificato
anche l’inquinamento delle falde idriche.

«Purtroppo – si legge nel referto dei senatori – fenomeni quali quelli
avvenuti all’interno degli impianti che sono costati la vita ad alcuni
lavoratori e, soprattutto, la recente individuazione in un pozzo di
irrigazione della presenza di idrocarburi, dimostra come i siti di Priolo e
Augusta non siano più un’area a rischio ambientale, ma un’area in crisi
ambientale, per cui si rendono indispensabili interventi legislativi e
finanziari che consentano di affrontare con tempestività la drammatica
emergenza».

E’ un po’ come la scoperta dell’acqua calda, fanno giustamente notare le
associazioni ambientaliste, giacché questa «drammatica emergenza» gli
abitanti del triangolo a rischio la subiscono da un bel pezzo. I più la
maledicono, ma in silenzio, perché nonostante i guai, nonostante il
«petrolchimico non sia più la Fiat degli anni Settanta», quando dava lavoro
a più di ventimila persone, buona parte di loro è ancora vittima del
ricatto occupazionale. Non tutti però ingoiano rassegnati l’enorme quantità
di veleno – sono circa sei tonnellate le emissioni di smog che le industrie
depositano quotidianamente nell’aria – che sono costretti a respirare.

Don Palmiro Prisutto, parroco a Brucoli (frazione di Augusta), è tra
questi. Autore in passato di un libro-dossier (Il terremoto di silenzi) in
cui denunciava, tra l’altro, le «omissioni istituzionali» sul sisma che
colpì la città nel 1990, conduce da anni una durissima battaglia contro «la
logica del profitto che ha messo in ultimo piano il diritto alla vita»
degli abitanti. «Qui – accusa – in tutti questi anni sono stati tutelati
soltanto gli interessi economici delle industrie, a scapito della difesa
del valore umano. E se questa è stata l’etica che ha guidato lo sviluppo di
Augusta, cos’altro dovevamo aspettarci se non questa realtà? Avevamo un
mare bellissimo, chilometri e chilometri di spiaggia invidiata da tutti –
tutto questo oggi non esiste più. Ma la privazione del mare – aggiunge il
parroco – è solo una delle tante violenze, e purtroppo neanche la più
grave, inferte a un popolo che deve a lui la sua storia. Se guardiamo gli
effetti prodotti dalle industrie sulla salute, c’è da mettersi le mani nei
capelli».

I dati sulle malattie riscontrate tra la popolazione, resi noti all’inizio
di quest’anno dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), fanno
effettivamente paura. Dicono infatti che ad Augusta il tasso di mortalità
per tumori è di circa il 30%. Percentuale che a Priolo sale addirittura al
33%. E’ una strage che si consuma lentamente negli anni, ma c’è un’altra
epidemia, molto meno subdola, che dagli anni `80 in qua attribuisce ad
Augusta e dintorni un altro triste primato: quello delle nascite di bambini
malformati. Nell’ultimo decennio la percentuale è stata sempre in
crescendo. Il picco più alto, sempre in base ai dati dell’Oms, si è avuto
nel 2000 ed è stato del 5,6%, il quadruplo della media nazionale. Le
malformazioni congenite maggiormente riscontrate sono alla colonna
vertebrale, al cuore, agli organi genitali e al cervello. L’altr’anno la
percentuale è stata del 3,8%, quindi in diminuzione, ma in ogni caso
altissima rispetto alla soglia di allarme fissata al 2% dalla stessa Oms.

Cento miliardi di vecchie lire fu lo stanziamento del governo assegnato
dieci anni fa alla regione siciliana per avviare le bonifiche del
territorio. Poco, pochissimo, rispetto agli oltre mille miliardi previsti
dal successivo piano regionale di risanamento ambientale del 1995. Questo
chiama in causa più o meno tutte le grandi società presenti nell’area
industriale. Dalle cinque raffinerie (Esso, Agip, Enichem, Condea e
Isab-Erg) al petrolchimico Sasol, dall’impianto di gassificazione e
cogenerazione Isab Energy alle due centrali Enel, dalla fabbrica di
magnesite Sardamag alla Cementeria Augusta. Il piano di bonifica, ormai da
aggiornare, è finora rimasto lettera morta, ma l’inerzia istituzionale è su
tutti i fronti. L’assenza strutture di emergenza, nonché la mancanza di
informazioni alla popolazione sui comportamenti da adottare in caso di
incidenti, sono l’altra inquietante faccia del caso augustano.

Le ferite del terremoti del 19 dicembre del `90 (fu del settimo grado della
scala Mercalli) non sono state ancora completamente rimarginate. Case,
chiese e scuole gravemente lesionate ancora oggi aspettano di essere
ristrutturate. L’esempio forse più emblematico è l’Istituto tecnico
industriale di corso Sicilia, i cui laboratori sono tuttora inagibili.
Nella periferia ci sono ancora decine di roulottes in cui vivono gli
sfollati di allora. Il duomo, nel centro storico, è puntellato da enormi
travi di ferro. Terremotato, in tutti i sensi, dopo le recenti dimissioni
forzate del sindaco, è anche l’adiacente casa comunale. Feudo della Dc per
cinquant’anni, la città è ora amministrata da una giunta monocolore targata
Democrazia europea, il partito fondato in Sicilia dell’ex sindacalista
della Cisl, Sergio D’Antoni. In mancanza del primo cittadino, le sorti di
Augusta sono rette dal vicesindaco Danilio Circo. Il quale, di fronte a
questo disastro, dice che «il nostro problema non sono i soldi, ma
l’impossibilità di spenderli. Abbiamo assegnati cento miliardi per il
risanamento ambientale e altri sessanta per il dopo terremoto, ma noi –
sostiene – non abbiamo voce in capitolo, non riusciamo a spenderli perché
la regione non firma i relativi decreti».

Quanto alle strutture di emergenza inesistenti, l’amministratore allarga le
braccia: «Con i pochi mezzi economici che abbiamo non possiamo permetterci
di tenere in pianta stabile una sezione della protezione civile». E,
infatti, quella che c’è esiste solo sui segnali stradali: ci lavorano
appena due persone. E un piano di evacuazione, esiste? Sempre al comune
dicono che «dovrebbe avercelo la prefettura di Siracusa», ma in città
nessuno lo ha mai sperimentato sul campo.

Nel porto il via vai di petroliere che si contendono il golfo con le navi
militari è continuo. Vengono soprattutto dal Medio Oriente e forniscono
alle cinque mega raffinerie dell’area (producono il 30 per cento della
benzina consumata in Italia) la bellezza di venti milioni di tonnellate di
greggio l’anno. 170 mila tonnellate sono invece i rifiuti che escono
annualmente dal polo industriale. 1.300 tonnellate di questi sono
classificati come «pericolosi». Non essendoci «adeguati sistemi di
smaltimento», è facile intuire dove finiscano.

Le industrie, avendo avuto carta bianca, hanno fatto terra bruciata intorno
a sè. Negli anni Settanta hanno perfino sfrattato un paese, Melilli,
novemila abitanti, deportato con la forza in un altro luogo. E’ l’unico
caso al mondo in cui gli abitanti, e non il contrario, sono stati ritenuti
incompatibili con le industrie. Queste hanno inglobato nell’inferno anche
la linea ferroviaria. La stazione di Priolo è accerchiata dalle ciminiere
del polo industriale. Lungo la costa, disseminata di rifiuti speciali, è
pieno di divieti e di cartelli di pericolo. C’è di tutto a ridosso del mare
interdetto. Poi ci sono le cosiddette «fabbriche letali», come la Eternit,
che produceva amianto e che non è stata mai rimossa da quando fu chiusa per
legge (A Siracusa è da anni in corso un processo per la morte di 17 operai
uccisi dall’asbestosi) e ci sono gli enormi silos di stoccaggio
dell’ammoniaca, sostanza che l’Enichem fa arrivare dalla Russia e poi
trasferisce, su ferrocisterna, nel petrolchimico di Gela.

Per la dislocazione di questa «bomba ecologica» più di dieci anni fa
l’allora ministro dell’ambiente Giorgio Ruffolo fece un decreto, ma i
contenitori del colosso chimico italiano stanno ancora lì, incustoditi,
proprio vicino al porto militare. E sta ancora al suo posto l’antiquato e
pericolosissimo impianto di cloro-soda, sempre dell’Enichem, dove il
mercurio, usato in grande quantità nel ciclo produttivo, minaccia la vita
dei lavoratori, molti dei quali avrebbero subito gravi malattie.

«Quello che vediamo è il frutto di un industrialismo selvaggio, senza
regole – dice Pippo Zappulla, segretario provinciale della Cgil di Siracusa
– Negli ultimi dieci anni, anche grazie alle proteste degli ambientalisti,
le società hanno sicuramente migliorato la qualità degli impianti, ma da
qui a dire che il problema della sicurezza dei lavoratori sia stato risolto
ne passa. La dimostrazione tragica l’abbiamo avuta appena due anni fa, con
una lunga serie di incidenti, molti dei quali mortali». Fu chiamato l’«anno
terribile del petrolchimico»: otto furono gli operai uccisi dalle
esalazioni chimiche.

Un nome, un volto, una storia

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Cari concittadini,
tra pochi giorni sarà il 28 febbraio 2020.
Come ormai sapete e lo sa anche l’Italia intera, (e non solo) sarà celebrata in Chiesa Madre la messa per ricordare le vittime dell’inquinamento. Questa messa, nei mesi e negli anni successivi ha avuto grande risonanza sui media nazionali ed oltre.
Il 28 febbraio ricorrerà il sesto anniversario della “messa per la vita”. Questa celebrazione ha avuto il merito di aver richiamato la pubblica attenzione sul grave problema ambientale che affligge il nostro territorio. Questo non significa che, a livello istituzionale, il problema ambientale sia stato affrontato e risolto. Tutt’altro. Qualche piccolo, ma “timido intervento” si è visto, ma tanto rimane ancora da fare.
Non so quanti di voi si ricordano del 21 aprile 2005, quando circa tremila persone, parteciparono alla fiaccolata per ricordare l’“olocausto industriale”. Presero parte a quella manifestazione anche numerosi personaggi politici della zona oggi denominata “area SIN”.
Dopo quella manifestazione rivolsi un appello agli abitanti delle “città del triangolo” perché si avesse il coraggio di “esternare” il dolore di tante persone e famiglie colpite dal cancro raccontando la propria storia.
Prigionieri di una irrazionale paura, intimiditi dal possibile ricatto occupazionale, asserviti alla logica che la salute vale meno del posto di lavoro (=meglio morire di cancro che di fame) non ci furono che pochissime risposte. È avvenuto invece il contrario in altre aree a rischio come a Taranto e nelle Terre dei fuochi, dove il “dolore gridato” ha costretto le Istituzioni a metterci la faccia.
In occasione del sesto anniversario della Messa, voglio, tuttavia rilanciare quell’appello del 2005 per trasformare il “dolore nascosto” in una forte richiesta di giustizia non solo per le vittime dell’inquinamento, ma anche per la nostra Città, che sembra inesorabilmente avviarsi verso il declino.
Forse siamo ancora in tempo.

CARI CONCITTADINI,
desidero ringraziarvi del «coraggio» e della «pazienza» dimostrata in occasione della fiaccolata del 21 aprile scorso (2005), in occasione della prima giornata della memoria delle vittime dell’olocausto industriale.
Coraggio: perché solo i coraggiosi hanno l’ardire di esporsi, di lottare, di non arrendersi;
pazienza: perché oggi non è facile ascoltare «discorsi» – compreso il mio -, da qualunque parte provengano.
Molti in questi giorni (aprile 2005) mi hanno chiesto: ed ora che abbiamo fatto la manifestazione che cosa cambia o che cosa è cambiato, cosa abbiamo ottenuto?
Purtroppo, la bacchetta magica non esiste, così come non esiste neanche la volontà delle istituzioni di raccogliere il messaggio che con la pacifica e democratica manifestazione del 21 scorso abbiamo lanciato.
Ancora è prematuro tirare bilanci, e sappiamo che la battaglia contro l’inquinamento, che dura già da almeno vent’anni, sarà ancora dura, lunga e difficile.
Sappiamo di lottare contro avversari forti del loro potere economico e che godono di alleanze politiche trasversali.
Questa battaglia, non solo, vale la pena di essere combattuta, ma deve diventare di tutti, se vogliamo vincerla.
L’obiettivo finale è quello di fare realizzare sul nostro territorio altre attività lavorative più rispettose della vera vocazione di questo territorio che soppiantino gradualmente e ridimensionino il polo petrolchimico salvaguardando e incrementando i livelli occupazionali, parallelamente al disinquinamento ed al recupero del territorio.
CHI HA INQUINATO E FATTO MORIRE
HA ANCHE IL DOVERE DI BONIFICARE E RISARCIRE!
E LO STATO NON PUO’ RIMANERE SOLO A GUARDARE.
Una cosa, però, è sicura: le tremila persone che hanno espresso il loro NO ALL’INQUINAMENTO, mi fanno credere che ad Augusta ci sono ancora uomini e donne che non hanno perso la speranza, uomini e donne disposte a non arrendersi e che vogliono lasciare ai loro figli un ambiente più sano e migliori prospettive per il futuro.
Con questa lettera mi rivolgo ai miei concittadini perché trovino altro coraggio ed altro tempo per proseguire la lotta per uno sviluppo sostenibile.
Giorno 21 aprile 2005 abbiamo ricordato le nostre vittime del lavoro, dell’inquinamento. Ma questo non basta per creare una nuova coscienza.
Ognuna delle vittime che noi nel silenzio abbiamo ricordato ha un nome, un volto, una storia.
Sono alla ricerca di tutti questi nomi, di questi volti, di queste storie per poter scrivere un libro: IL LIBRO DELLA MEMORIA.
Comprendo che non è facile parlare del proprio dolore, dei propri affetti strappati, senza violare un po’ quella «privacy» o riservatezza che purtroppo è diventato “silenzio”, ma un silenzio che non giova a nulla se non avremo il coraggio di riaffermare quei valori come la tutela della salute, della vita e della dignità umana…..
Se non vogliamo che il sacrificio silenzioso dei nostri cari sia stato inutile dobbiamo avere il coraggio di parlare ed anche di denunciare.
Raccontateci le vostre storie, perché non accada ad altri quello che è capitato a voi o ai vostri cari.
Raccontateci le vostre storie, perché si possa far capire alle Istituzioni che ad Augusta e dintorni c’è in atto una strage che dura da oltre cinquant’anni. (nel frattempo quasi settanta)
Stavolta anche i numeri contano, anche i numeri hanno un senso per denunciare e rendere pubblico quello che qui, invece, si vuole occultare.
Il LIBRO DELLA MEMORIA sarà un’ulteriore manifestazione di civiltà e di denuncia che resterà nel tempo, una denuncia che nessuno potrà mai ignorare, assai più forte della stessa manifestazione del 21 aprile (2005).
Chiedo ad ogni singola famiglia che ha avuto un morto di cancro o malattie correlabili all’inquinamento, un bambino malformato di approntare una scheda simile a quella seguente:
Scheda tipo:
1. dati anagrafici
2. fotografia
3. professione esercitata (tipo di lavoro o di lavori)
4. luogo (o impianto) di lavoro
5. tipologia della malattia
6. possibile correlazione con il lavoro svolto (se ci sono dati scientifici è meglio)
7. consapevolezza del rischio
8. periodo o data di scoperta o insorgenza della malattia
9. come è stata scoperta la malattia
10. reazione dell’azienda per cui lavorava
11. come dove quando e da chi è stata fatta la diagnosi (dal medico di fabbrica o di famiglia)
12. luoghi di cura e tipo di intervento (medico-chirurgico)
13. durata della cura ed efficacia della stessa
14. disagio della famiglia
15. eventuale contenzioso giuridico
osservazioni della famiglia sulla vicenda

GRAZIE PER LA COLLABORAZIONE
Sac. Prisutto Palmiro

LA COSTIERA DEGLI INCUBI

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Da FAMIGLIA CRISTIANA OTTOBRE 1980

Sulla zona industriale di Augusta la minaccia degli inquinamenti

LA COSTIERA DEGLI INCUBI

Di Franco Sampognaro

Sette bambini nati con varie deformazioni,

un tasso di mortalità per cancro quasi doppio di quello nazionale,

pesci e molluschi deformi trovati nel mare:

si sospetta un collegamento con l’alta concentrazione

di industrie petrolchimiche lungo i 10 chilometri di costa.

Siracusa, ottobre 1980

Tutti pensano che la colpa sia dell’inquinamento industriale, ma nessuno lo dice chiaramente, quasi che una sorta di pudore lo impedisse. In effetti prove scientifiche e soprattutto “ufficiali” non ne esistono, ma basta guardarsi intorno per capire che in questa allucinante storia di bambini malformati i vapori velenosi espulsi dai complessi industriali devono aver avuto un loro sinistro peso, forse determinante.

I bambini nati nell’ospedale “Muscatello” di Augusta con l’organismo gravemente compromesso sono sette; sette innocenti creature che un nemico invisibile e crudele ha aggredito, chissà con quale complicato meccanismo, sin nel seno materno; storpiandole, deformandole, condannandole a morte o, nei casi più fortunati, alla precarietà. Per quattro neonati non c’è stato nulla da fare, le malformazioni alla testa e al cuore li hanno stroncati poche settimane dopo essere stati dimessi dall’ospedale. Gli altri tre piccini, portatori d’imperfezioni meno gravi (ipoplasia della mandibola, ernia diaframmatica, micromielia del femore) sono vivi, ma quasi certamente resteranno per sempre vulnerabili, destinati a condurre un’esistenza diversa dai loro simili.

E’ stato un pediatra dell’ospedale, il dottor Giacinto Franco, a gettare il primo allarme. Era l’ultimo mercoledì di settembre.

«Ho l’impressione», disse ai colleghi del reparto ostetricia subito dopo aver visitato un bambino appena nato affetto da coartazione aortica, «che ad Augusta stiano nascendo troppi bimbi malformati. O mi sbaglio?». Una prima rapida scorsa ai registri dei ricoveri confermava trattarsi di un sospetto fondato. Un’indagine più approfondita, subito disposta dal direttore sanitario dottor Renato Beneventano, metteva in luce particolari e cifre impressionanti non tanto per l’alto numero (sette, tanti in un paese di quarantamila abitanti) dei casi di malformazione congenita verificatisi nell’arco di soli nove mesi, quanto per la brusca impennata del fenomeno che negli anni passati si era mantenuto al di sotto della percentuale nazionale, che è dell’1,6.

Spulciando i precedenti, i medici del “Muscatello” si sono trovati dinanzi a un quadro che non prometteva nulla di buono e che indicava chiaramente come stesse accadendo qualcosa di insolito, uno di quei fenomeni incontrollabili in cui i sanitari non vorrebbero imbattersi mai. Dal 1970 al 1979, su una media di 800 lieti eventi all’anno, si erano registrati non più di due casi di malformazione congenita ogni dodici mesi. Nel 1980, invece, dal mese di aprile a settembre, i casi sono stati sette. Una curva troppo repentina per pensare a un fenomeno isolato, una sfortunata coincidenza. Sono numeri scritti nei registri dell’ospedale: delle 625 giovani donne diventate mamme al “Muscatello”, 376 – poco più della metà – vivevano ad Augusta – Il fatto che sei dei sette bambini difettosi sono stati messi al mondo da donne del luogo, rende più brusca la curva delle nascite di malformati. Dallo 0,24 per cento dell’ultimo decennio si passa all’1,6. Più che un aumento è stata un moltiplicazione. Probabilmente, per non destare allarme, le autorità sanitarie hanno cercato di sdrammatizzare. Gli stessi responsabili del “Muscatello”, pur ammettendo che il caso merita un approfondimento, minimizzano: “Sì, c’è stata un’impennata, non si può certo negare. Ma non è stata superata la media nazionale. Perché è accaduta una cosa del genere, sette casi nei primi nove mesi dell’anno? E chi lo sa.

Come si fa così, su due piedi, a stabilire una causa? Ci vogliono indagini approfondite, lunghe, laboriose, attente verifiche, severi confronti. Inquinamento? Non si hanno elementi certi per affermarlo.

E poi non spetta a noi medici di dirlo ».

Più disponibile si rivela il dottor Giovanni Marischi, uno dei ginecologi del “Muscatello”, un giovane che mostra di non aver paura di chiamare le cose con il loro nome. Il quadro che fa della situazione è abbastanza chiaro: « i genitori dei sette bambini », dice, « hanno goduto sempre buona salute, specie negli ultimi anni, e hanno altri figli perfetti. Durante la gestazione le madri non hanno usato medicine. Essendo casalinghe, non erano esposte a rischi professionali. Tutto ciò ci dice che i sette casi di malformazione non sono dovuti a tare ereditarie, né ad aggressioni virali. Potrebbe restare in piedi un’ipotesi patogenetica legata al grado d’inquinamento dell’ambiente. Non abbiamo elementi per affermarlo, ma non possiamo nemmeno escluderlo”. Una congettura da tener d’occhio, insomma.

Dall’alto in basso: tre donne di Augusta fotografate in Comune, dove si sono recate per protestare contro l’inquinamento; il sindaco di Augusta, Salvatore Lanteri; una ragazza che vive a Marina di Melilli, nonostante il paese sia ormai spopolato.

Ci sono altri fatti, piuttosto, che fanno pensare a una relazione tra malformazioni e inquinamento. Augusta (15 chilometri da Siracusa, un grande porto naturale dove giungono giornalmente decine di superpetroliere) si trova ai margini del “polo chimico” sici1iano. in una zona dove da vent’anni le raffinerie, i grandi complessi petrolchimici e altri numerosi stabilimenti lavorano giorno e notte scaricando veleni sia nella baia sia nell’atmosfera. In questi opifici lavorano dodicimila persone, ma il prezzo che gli abitanti della zona pagano per questi dodicimila posti di lavoro è pesante.

Sino a vent’anni fa, prima degli insediamenti industriali, la fascia costiera compresa tra Augusta e Siracusa, vasta poco meno di dieci chilometri, era tra le più belle del mondo. L’odore del mare, d’un azzurro opalescente, si mischiava col profumo dei prati, dei giardini e dei frutteti. Il cielo era sempre limpido e il sole entrava in tutte le case riscaldando gente povera, ma felice.

A quel tempo, infatti, la maggior parte dei padri di famiglia di Augusta, Priolo e Marina di Melilli (i tre centri abitati distanti pochi chilometri l’uno dall’altro, e l’uno dall’altro separati – oggi da centinaia di ciminiere) lavoravano la terra, andavano a pescare, s’imbarcavano.

Una opulenza carica di guai

Poi giunse l’opulenza industriale, ma con essa giunsero anche i guai. Man mano che le ciminiere aumentavano di numero, il cielo perdeva il suo colore naturale, s’incupiva sempre più, il sole scompariva dietro nuvole giallognole, mentre l’aria, appestata dagli scarichi, diventava pungente , di uova marce. Ma quelle erano soltanto premesse, la preparazione a scompigli naturali che nel giro di dieci anni si sarebbero rivelati in tutta la loro gravità.

La prima a pagare è stata Marina di Melilli, un paesino di novecento abitanti che a un certo punto non ce l’hanno fatta più a vivere e soffrire stretti tra un mare inquinato color vinaccia e stabilimenti che riversavano sul paese, ventiquattr’ore su ventiquattro, pulviscolo e fumo. Tutti i bambini erano pallidi, tossivano, avevano pruriti, gli lacrimavano gli occhi. Per protestare contro quell’assurda situazione la popolazione, per anni, scese innumerevoli volte in piazza bloccando treni, la superstrada Siracusa-Catania , gli ingressi delle fabbriche più vicine. Chiedeva il trasferimento delle industrie. Si giunse a un compromesso: l’amministrazione dell’Asi (Area di sviluppo industriale) avrebbe acquistato tutte le abitazioni e le avrebbe demolite per insediarvi nuove fabbriche mentre gli abitanti si sarebbero trasferiti altrove. Prendere o 1asciare. Hanno accettato quasi tutti; la maggior parte delle case sono state già abbattute dalle ruspe; resistono ancora una ventina di famiglie: forse meno, ma prima o poi la dolce Marina di Melilli, che in estate si popolava di villeggianti, scomparirà per sempre dalla carta geografica. (è accaduto)

Sul muro di una casa sventrata qualcuno, fuggendo, ha lasciato un patetico messaggio: « Marina, risorgerai ….».

Dove, quando?

«Viviamo come se ci trovassimo in una stanza chiusa insieme con novanta fumatori», dice il dottor Antonino Bonocore, 57 anni, medico condotto di Priolo, altro paesino di duemila abitanti che occupa uno dei vertici del triangolo industriale. Priolo dista un paio di chilometri da ciò che resta di Marina di Melilli e, in linea d’aria, non più di quattro da Augusta. Il tasso d’inquinamento atmosferico nel “Triangolo” deve essere abbastanza alto; esso viene controllato dalle stesse industrie, ma chi controlla i controllori? Il dottor Bonocore lotta ormai da dieci anni contro la morte per veleno che si aggira nella zona. E’ stato – lui dieci anni fa – a lanciare per primo un grido d’allarme, a dire che a Priolo le malattie polmonari e della pelle erano in forte aumento, a sostenere che l’inquinamento stava lentamente minando la salute dei suoi compaesani. Durante un blocco stradale di protesta venne persino arrestato. Il destino di Priolo è incerto; farà la stessa fine di Marina di Melilli? Sono aumentati i casi di cancro, le epatiti sono frequenti, e quasi tutti gli abitanti si portano addosso intossicazioni croniche. (a Priolo e Melilli l’industria ha monetizzato il rischio ed ha imposto il ricatto occupazionale – nota di Don Palmiro Prisutto)

Nella casistica dei sintomi e delle piaghe che la natura avvelenata mostra agli uomini. ce n’è uno curioso. Nel mare di Augusta sono stati trovati molluschi, crostacei e pesci affetti da misteriose e inspiegabili deformità. Il fenomeno si potrebbe spiegare col fatto che nella rada confluiscono gli scarichi di numerosi stabilimenti industriali. Quali micidiali reazioni chimiche avvengono in fondo al mare allorché i diversi elementi si mescolano, forse non lo sa nessuno. La stessa cosa, del resto, accade nell’aria con i gas emessi dalle centina:a di ciminiere. Gli effetti sono, in tutti e due i casi, disastrosi sia per la fauna marina sia per la vegetazione terrestre. Periodicamente tonnel1ate di pesci, da qualche anno a questa parte, vengono a galla nella “rada dei veleni”, morti, uccisi dai tossici o dalla mancanza di ossigeno eliminato o trasformato dalle combinazioni chimiche.

Sulla terraferma, invece, a soffrirne sono le piante. I frutteti non producono più come una volta. Sono stati osservati, nella vegetazione sia spontanea sia coltivata, disturbi della crescita e deformazioni. E l’uomo? Una recente indagine medica disposta dall’assessore alla sanità di Augusta, Vittorio D’Amico, ha messo in rilievo un dato spaventoso: su cento decessi, 28,8 sono provocati da cancro. La media nazionale è del 16 per cento.

I fenomeni più angoscianti

E’ in questo quadro scoraggiante che trova posto il fenomeno più recente e angoscioso, quello dei sette bambini colpiti, con impressionanti analogie, come i pesci e gli alberi, nelle loro strutture vitali.

“Tutto questo», dice il dottor Marischi, sembrerebbe far parte di una situazione globale di sovvertimento di un “unicum” biologico in cui l’essere umano è certamente inserito.

Occorre quindi indagare seriamente su tutti questi fenomeni, naturalmente senza isterismi, ma anche senza minimizzare la portata di quanto si va osservando».

Una commissione medico-scientifica dell’Istituto Superiore della Sanità è attesa ad Augusta da un giorno all’altro.

Dovrà indagare sull’effettivo tasso d’inquinamento nella zona e sui danni che esso può provocare all’organismo umano, e dire perché sono nati quei bambini difettosi e sino a qual punto l’inquinamento ne è responsabile. « Siamo stati noi a chiedere al ministro Aniasi un’indagine», dice il Sindaco Salvatore Lanteri, 45 anni, democristiano.

“Ma chiederemo altro. Augusta ha bisogno di una legge speciale. La Legge Merli non basta. I dirigenti delle industrie, quando si parla d’inquinamento, rispondono di essere in regola, di attenersi scrupolosamente alle norme vigenti. Probabilmente è la verità. Ma c’è un particolare di cui bisogna tener conto. Le industrie, nella zona, sono numerose e gli scarichi di ciascuna di esse si sommano. Così i rischi si moltiplicano. Ma da qui a dire che “questi bambini sono nati così per colpa vostra”, ne corre. Prima di accusare gli stabilimenti ci servono altri dati ».

Il pretore Antonino Condorelli, 33 anni, che lotta contro l’inquinamento senza guardare in faccia nessuno e che nel passato non ha esitato a incriminare e condannare i direttori di alcuni “colossi” industriali, tiene sul tavolo, bene a portata di mano, le cartelle cliniche delle madri che hanno dato alla luce i sette bimbi malformati. Ancora il giovane magistrato non ha preso alcun provvedimento, non ha incriminato nessuno.

In paese l’angoscia preme nel petto della gente. Le giovani coppie sono preoccupate. Le madri “in attesa” lo sono di più, e la loro apprensione non è certo inspiegabile. Ma in sette abitazioni c’è chi piange e si dispera ancora per il crudele destino che ha colpito quei poveri bimbi ancor prima che si affacciassero alla vita.

Sono le mamme delle vittime di questa moderna e oscura “strage di innocenti”. Esse sanno, o credono di sapere, chi possa essere l'”Erode” dei loro figli e non hanno paura di dirlo.

“Adesso non ho più dubbi », dice Concetta Bordonaro, 30 anni, .. “il mio Adriano è nato col cuore deformato a causa dell’inquinamento. E’ stato il veleno che grava su tutti noi a ucciderlo ». Un singhiozzo la scuote, mentre suo marito Giuseppe, anche lui di 30 anni, cerca di confortarla.

«Quando il mio piccino è nato », riprende la giovane, .. “sembrava normale. Io e mio marito ce lo portammo a casa felici. Quanti sogni, quanti progetti! Poi, alcuni giorni dopo, il mio Adriano mostra di star male. Rifiuta il latte, diventa cianotico, una candela che si spegne. Una radiografia rivela la terribile verità, mostra il suo cuoricino ingrossato in maniera allarmante.

Gli specialisti del Policlinico di Catania ci dicono che non c’è nulla da fare. Tentiamo a Vicenza. Adriano viene operato, sembra salvo, ma si tratta di una crudele beffa. L’indomani non c’è più. Chi mi restituisce adesso il mio bambino?…».

Franco Sampognaro

Ambientalisti augustani bloccano il polverino dell’ILVA nel porto di Catania

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Parlano di noi in questo articolo.

Di notte, mentre gli abitanti dormivano, camion di polverino proveniente dall’Ilva di Taranto veniva trasportato in una delle “nostre” discariche.

Dopo un anno, la Magistratura di Catania, sequestrerà la discarica arrestando 14 persone.

UN INFERNO CHIAMATO “SVILUPPO” di Gabriele Centineo – Anno2003

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Lo scandalo dell’EniChem di Priolo: parla il dottor Giacinto Franco
Negli anni ‘80 erano state già evidenziate drammatiche malformazioni neonatali
Di Gabriele Centineo

Il gruppo dirigente dell’EniChem di Priolo è agli arresti, 552 i capi di imputazione. Tra gli altri: associazione per delinquere finalizzata al traffico di rifiuti tossici e nocivi, falsificazione di analisi e di formulari.

Un altro caso Marghera; questa volta, forse, la speranza che giustizia sia fatta.
Attorno allo scandalo degli arresti la rivelazione, ormai del tutto evidente, che le denunce di Associazioni Movimenti erano del tutto vere.

Un disastro nell’ambientale che dal triangolo Priolo-Augusta-Melilli dilaga su tutto il territorio per lo smaltimento dei rifiuti, mentre gli impianti autorizzati contano poche unità. Anche il petrolchimico di Gela è sotto esame per la decina di denunce che avanzate da Italia Nostra, attendo l’esame del tribunale. Non sarà possibile, questa volta, assistere alla transustanziazione del pet-coke in un nobile combustibile per intercessione di Cuffaro (presidente della Regione Sicilia) e di Berlusconi.

Il mercurio (Hg) dell’impianto cloro-soda riversato direttamente in mare dai tombini; la soddisfazione dei dirigenti che, ignorando le cimici della Procura, si illudono di avere ingannato i giudici e felici urlano “i futtemu” non fanno parte del folclore locale. Non erano degli ingenui; la mancata manutenzione degli impianti, la esternalizzazione di funzioni di controllo e di manutenzione, l’illegale trattamento dei residui della produzione, non corrispondono ad un malcostume locale, ma le scelte generali dell’impresa, permettono di “risparmiare” miliardi sulla salute dei lavoratori e della popolazione. Erano perciò sicuri dell’impunità; sapevano che per troppo tempo, ad Augusta, come a Gela e Milazzo, ogni controllo poteva essere eluso.

Una formidabile alleanza tra potere politico, potere mafioso e potere economico per il controllo del territorio. Ma anche la miopia sindacale che, affannata nella concertazione dei Patti territoriali, e apologetica dello “sviluppo” aveva già alla fine degli anni ‘70 dismesso, in un micidiale patto tra i produttori il sapere operaio costruito nella lotta dei delegati per il controllo sulla produzione sull’ambiente.

Del resto che “tutto va bene” l’aveva dichiarato l’università di Catania o commissionata dal Tribunale o più direttamente dall’impresa.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità certificava che, secondo la legge (8-7-1986, numero 349 si tratta di “aree ad elevato rischio di crisi ambientale” con “trend crescenti per il tumore polmonare con il rischio cumulativo quasi raddoppiato dalla generazione del 1920 a quella del 1940”.

Non occorreva, anche se aiuta, un così autorevole parere. Basta prelevare dal proprio pozzo di casa un liquido supernatante ed accorgersi che si tratta di benzine e di idrocarburi infiltrato nelle falde freatiche ad Augusta così come a Gela.

Scheda

(casi per 1000 ) locale nazionale

a) cuore e circolo 221,43 143,65
b) apparato digerente 164,29 93,20
c) apparato genitale 214,29 100,43
d) occhio e orecchio 7,14 51,74

locale regionali

a) cardiopatie congenite 235 196
b) apparato urinario 59 46
c) apparato muscolo-scheletrico 176 210

Già alla fine degli anni ‘70 ricerche del Consiglio Nazionale delle Ricerche avevano dimostrato che la fauna iittica, in particolare il pesce azzurro, evidenziava una forte bio-accumulazione non solo di pesticidi ed organo-clorurati, ma anche di mercurio e di metalli pesanti nel mare di Augusta e di Milazzo. Bastava prestare attenzione a quell’indicatore biologico per eccellenza che, assai più di analisi sofisticate e dei limiti convenzionali di accettabilità, rivela il disastro ambientale: la salute e le mortalità degli uomini e delle donne.

Le lotte operaie degli anni ‘70 lo avevano già detto e avevano tentato di imporlo: MAC 0.

Questi elementi furono individuati nelle drammatiche malformazioni neonatali studiate, nel 1980, dal dottor Giacinto Franco, allora primario del reparto di pediatria dell’ospedale Muscatello di Augusta e nella correlazione da lui stabilita, secondo la letteratura scientifica, tra alcune sindromi dell’ingestione, attraverso il cibo, di composti organici del mercurio in un preciso intervallo temporale della gestazione.

Da allora incessantemente il dottor Franco ha combattuto una lunga battaglia; dal processo aperto dall’allora pretore Condorelli alla denuncia della Lega Ambiente sino a questi giorni. Lo abbiamo incontrato e coinvolto in una lunga conversazione per comprendere non soltanto la natura e le cause del disastro ambientale, ma anche soprattutto le ragioni della sordità della politica e della comunità scientifica di fronte alla drammaticità della situazione. È possibile riassumere le sue risposte alla prima questione, sull’altra converrà ritornare.

I dati più significativi sono quelli relativi:

a) mortalità per tumori
b) malformazioni neonatali

a) l’aumento della mortalità per tumori è passata dall’ 8,9% (1951-55) al 23,7% (1976-80) con punte del 28,3% (87) e del 32,75% (88)

Le analisi del dottor Franco e quelle dell’Organizzazione Mondiale della Sanità si sovrappongono; l’aumento dei tumori in coincidenza con la seconda metà degli anni ‘70 ben si accorda con l’intervallo di vent’anni relativo alla latenza del male. La dipendenza dei tumori dal processo lavorativo è mostrata in modo evidente dal “profilo differente per i due sessi…” e dal fatto che “si registrano eccessi significativi concentrati nelle zone più vicine al petrolchimico, solamente per i giovani, nelle cause tumorali e del tumore polmonare…. il rischio è in aumento per le generazioni più giovani “. (dalla relazione OMS: Bertolloni, Mitis, Martuzzi, Bigeri – dati aggiornati alla 1994)

b) le malformazioni congenite sono state eseguite dal centro di monitoraggio dell’ospedale di Augusta istituito, dopo il 1980, dal Ministero della Sanità per l’allarme sollevato dal sospetto fattore teratogeno delle scorie tossiche industriali (teratogeno = generatore di mostri).

Dalla relazione del dottor Franco del marzo le 2001 che liberamente riassumiamo sono evidenti i seguenti dati:

– si mostra un incremento costante nell’intervallo 1980-2000 delle malformazioni con un picco (2000) del 5,6% dopo alcuni picchi significativi del 3,5%;
– sono impressionanti i confronti tra le medie nazionali e i dati locali per 1000 malformati (vedi scheda).

Di particolare gravità sono le malformazioni genitali; negli ultimi dieci anni 303 casi per 1000 contro 214 per 1000 dei primi dieci anni mentre a livello nazionale sono soltanto 100 casi per 1000 secondo i dati IPMC (unità operativa dell’Università Sacro Cuore di Roma). Se si confrontano i dati (1990-98) relativi alla Sicilia la situazione è evidente:

Sicilia orientale 2,16%
Sicilia occidentale 2,12%
Provincia di Siracusa 3,12%
Nati in Augusta 3,04%

La conclusione può essere tratta: hanno costruito un inferno in terra e lo hanno chiamato sviluppo.
Dovremo continuare l’inchiesta.

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L’intervento
Siracusa al veleno
Luigi Solarino
Docente di chimica industriale all’università di Catania

Apprendiamo dalla stampa che il ministro Stefania Prestigiacomo si preoccupa giustamente che il recente scandalo EniChem possa dare un’immagine negativa di Siracusa, come di una provincia inquinata, con il mare pieno di mercurio e l’aria irrespirabile: per quanto riguarda l’irrespirabilità penso che anche il ministro, passando per la ex SS 114, nel tratto che attraversa il polo industriale siracusano, sia stato costretto a chiudere i finestrini dell’auto, diverso sarebbe per il mare. E a tal proposito sempre la Prestigiacomo ha invitato la Lega Ambiente ad anticipare la campagna di analisi per verificare lo stato di salute delle acque della costa Siracusana.
Sebastiano Venneri, responsabile mare di Lega Ambiente ha dichiarato la disponibilità a collaborare “senza prestarsi ad operazioni di cosmesi ambientale”. Penso che il Venneri volesse intendere che i rilevamenti dovrebbero estendersi a tutta la costa Siracusana, Augusta compresa. Senza voler apparire infausti profeti siamo certi che sulle coste di Augusta, specie sulla parte dello splendido golfo Xifonio, da sempre scelto dagli Augustani per la balneazione, verranno trovati oltre i segni dell’inquinamento industriale anche quelli marcati dell’inquinamento dai reflui urbani. In questo specchio di acqua, infatti vengono versati i liquami di Augusta non sottoposti a trattamento alcuno, attraverso ben 28 scarichi, costringendo l’amministrazione comunale a costellare le coste di cartelli di divieto di balneazione. Quest’amministrazione comunale, guidata per due legislature dal sindaco di Augusta Giuseppe Gulino, da poco sospeso dalla carica dal prefetto di Siracusa per problemi di natura amministrativa-giudiziaria, nel 1995, dovendo scegliere fra due soluzioni per la depurazione dei reflui urbani di Augusta, una che, per una spesa di 9 miliardi, prevedeva l’invio di detti reflui al depuratore consortile di Priolo e l’altra che, per una spesa di 24 miliardi prevedeva la costruzione di nuovo depuratore tutto per Augusta, scelse quest’ultima, insensibile ai suggerimenti e alle pressanti richieste degli ambientalisti e dei cittadini che preferivano la prima.
Il tempo ha dato ragione ai cittadini, il depuratore da 24 miliardi non è stato ultimato sia per mancanza di fondi sia perché i fanghi da esso prodotti, che nella mente dell’amministrazione dovevano confluire nel depuratore consortile IAS di Priolo, da quest’ultima struttura venivano categoricamente rifiutati, quindi l’inquinamento delle coste augustane non è solo dovuto alle industrie, ma è anche da attribuire a una scellerata scelta degli amministratori locali. Di questo è bene che anche i ministri ne parlino e si dia risposta ai cittadini.

La “foiba” Augusta: gli uccisi dal lavoro. Lettera a Napolitano.

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Foiba Augusta

Il polo petrolchimico di Augusta è stato come una grande foiba

17 OTTOBRE 2014
Egregio Signor Presidente, (Napolitano)
con la presente le invio l’ultimo tabulato aggiornato dei morti di cancro di Augusta letto durante la celebrazione del 28 settembre scorso durante la quale ho letto ai fedeli ed ai cittadini di Augusta anche la lettera inviatami dal suo Consigliere Giulio Cazzella.

Nei giorni precedenti ho voluto rileggere i messaggi rivolti da Lei e dal suo predecessore in occasione del “giorno del ricordo” riguardanti la triste e dolorosa vicenda delle foibe. Mi è venuto quasi spontaneo ed assolutamente normale paragonare quella vicenda storica alla situazione di Augusta e del territorio circostante.

Per quasi mezzo secolo, il polo petrolchimico di Augusta è stato come una grande foiba per gran parte di coloro che vi hanno lavorato o vissuto vicino. In quell’ambiente insalubre (incidenti sul lavoro a parte) molti lavoratori vi hanno sacrificato la salute ed anche la vita. Così come per la “ragion di Stato” su certe stragi qui per la “ragion del profitto” è stato fatto silenzio sulla vicenda. Era vissuto come sentimento di paura misto a vergogna il fatto di avere in famiglia un morto o un malato di cancro. Dei tanti morti o malati di cancro (e di altre patologie derivanti dall’inquinamento) si taceva come sotto il ricatto derivante da una inspiegabile forma di omertà. Ho sentito ripetere molto spesso, come schiacciati da un senso di paura e di rassegnazione questa frase: MEGLIO MORIRE DI CANCRO CHE DI FAME.

Il ricatto occupazionale, lo spettro della disoccupazione ha privato anche della libertà di pensare tantissimi operai e le loro famiglie. A questo si è aggiunto l’accettazione passiva di una sorta di “monetizzazione del rischio” con qualche donazione a Comuni, Enti, Associazioni, ecc.

La gente, molte volte, ha applaudito a queste “donazioni-elemosine” subendo lo strapotere e la prepotenza delle multinazionali che si sono appropriate del nostro territorio, con gli effetti nefasti che ora sono sotto gli occhi di tutti.

Probabilmente, per la mia presa di posizione, sono stato l’unico o il primo ad essere colpito da un atteggiamento ritorsivo da una di queste aziende che per la prima volta, dopo decenni, ha negato il contributo per la festa del S. Patrono. Ho ringraziato questa azienda scrivendo al suo dirigente che la libertà degli abitanti di Augusta non è in vendita.

La sua venuta ad Augusta, che ancora richiediamo, anche con la petizione on-line, vorrebbe rappresentare, attraverso la sua persona per il ruolo che ricopre, la presenza e la forza dello Stato contro quei poteri economici che qui, con la forza del denaro e la prepotenza del ricatto occupazionale, hanno soggiogato la popolazione, imponendo delle condizioni di lavoro assolutamente inaccettabili sotto ogni profilo.

Proprio per questo sostengo che vivere e lavorare così è come l’essere buttati collettivamente dentro una foiba. Con la celebrazione del 28 di ogni mese, leggendo i nomi dei nostri morti di cancro, è come se si fosse verificata la “riesumazione” – parlo per allegoria – delle vittime di questa simbolica foiba.

Fino al 28 febbraio questi morti erano come dei fantasmi, ma da quel giorno questi fantasmi si sono materializzati: ogni nome corrispondeva ad una persona, ci richiamava un volto, ci raccontava una storia. Purtroppo questo elenco è cresciuto sempre più di mese in mese, segno che il muro di omertà che avvolgeva questa vicenda ha cominciato a mostrare delle crepe, segno che una nuova mentalità si sta facendo faticosamente strada.

E se non ci fosse stato il ricatto occupazionale?

Di questa vicenda ne ho parlato con termini duri, ho parlato di una “strage silenziosa”, espressione che nessuno ha osato contestare e che, di fatto, Lei stesso, con la sua risposta a firma del consigliere Giulio Cazzella, ha tacitamente riconosciuto.

Proprio in questi giorni la S. V. ha voluto richiamare l’attenzione sugli incidenti del lavoro: non le sembra che, a parte quelli effettivamente morti per gli incidenti reali, questi del tabulato siano le vittime del più grande incidente sul lavoro accaduto in Italia? Vittime del lavoro o del compimento del loro dovere non sono solo i minatori di Marcinelle o i bambini delle macerie di San Giuliano di Puglia.

Lo sono anche i tanti morti di cancro di Augusta ed anche le tante centinaia di bambini di Augusta nati con malformazioni più o meno gravi o addirittura sacrificati con l’aborto “terapeutico”.

Signor Presidente, nel caso non volesse venire per la celebrazione del 28, il prossimo 7 dicembre non vada al teatro alla Scala di Milano ad assistere ad uno spettacolo, venga a vedere, invece, di presenza, la tragedia di Augusta. L’aspettiamo.

Distinti saluti,
Don Palmiro Prisutto
17 OTTOBRE 2014

——–

Il Dr Giulio Cazzella del Consiglio della P.d.R. scrive a Don Palmiro Prisutto:

Roma, 8 Settembre 2014

Caro Arciprete,

faccio riferimento alla sua “e-mail”del 31 agosto scorso con la quale ha voluto informare il Signor Presidente della Repubblica del Suo lungo colloquio con il Prefetto Gradone, esprimendo tuttavia amaro scetticismo circa i tempi di avvio di un azione di efficace risanamento della situazione ambientale del polo petrolifero di Augusta e località limitrofe.

Convengo con Lei sul fatto che l’azione del Prefetto, di cui lo stesso ha tempestivamente informato questa Sede, deve essere autorevolmente sostenuta anche presso le Amministrazioni interessate ed in questo senso già sono stati svolti gli interventi del caso, che saranno a breve reiterati ove si dovesse riscontrare una qualche insufficienza o disattenzione.

Nel confermarle il costante personale interessamento del Capo dello Stato, sempre estremamente sensibile dai segnali di sofferenza che provengono da più parti, e nella evidente impossibilità di una risposta individuale ai tanti che ne richiedono la presenza a Siracusa a sostegno delle iniziative da Lei promosse, La prego farsi portatore dell’attenzione posta dal Presidente Napolitano sul tema della salute e del lavoro e del Suo personale impegno a sollecitare azioni efficaci e tempestive.

Un Cordiale Saluto
Giulio Cazzella

Senza memoria non c’è storia. Augusta, una strage di stato nascosta, silenziosa.

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Esistono date e luoghi  che periodicamente vengono ricordati per gravi fatti accaduti: sono date e luoghi che ricordano, molto spesso, quelle che vengono definite con una parola che genera indignazione: “strage”. L’elemento che accomuna le stragi è, normalmente, il numero elevato di morti provocati da un evento imputabile all’azione dell’uomo: guerra, terrorismo, mafia, ecc.

In talune di queste stragi si attribuisce la colpa non solo a singole persone, ma anche alla incapacità ed all’irresponsabilità delle istituzioni preposte, in quanto queste non hanno svolto appieno il loro compito per impedirle o fermarle.

Certe stragi non sono state il frutto di una imprevedibile o fortuita casualità, ma trovano le loro radici in comportamenti omissivi precisi e specifici di talune istituzioni, non solo locali, ma anche centrali.

Esiste in Italia quella che i cittadini chiamano “Costituzione”. È la carta dei diritti dei cittadini che uno Stato  democratico deve promuovere, realizzare e tutelare.

Nella Costituzione italiana vi sono due principi, che pur separati da trenta altri articoli, in realtà sono uniti ed inseparabili: sono gli articoli 1 e 32. Parliamo di Lavoro e Salute. A questi due ne potremmo collegare logicamente altri:   2, 3, 4, 9, 27, 32, 35, 3687 (lascio ai miei lettori l’invito a cercarli e leggerseli).

Qualora questi principi non fossero rispettati o venissero più o meno apertamente violati, il risultato finale verrebbe inevitabilmente definito: una strage.

Dopo ogni strage ci si chiede:

ma tutto questo si poteva evitare?
C’è qualcuno che ha delle responsabilità per quanto accaduto?
Che dire poi del concetto di prevenzione?
E se qualcuno, prima della avvenuta strage, avesse avvertito dell’imminente pericolo?

Purtroppo all’idea di strage è legato il concetto che per essere definita tale ci deve essere numero elevato di morti in pochi istanti, e questo susciterebbe certamente reazioni a vari livelli; ma qualora un numero elevato di vittime avvenisse “diluito” nel tempo, forse,  nessuno ci farebbe caso. Se un singolo evento, ad esempio, provocasse all’improvviso duecento morti la strage sarebbe evidente e sarebbe riconosciuta tale; ma se questi duecento morti avvenissero nell’arco di un anno neanche ce ne accorgeremmo.

Senza memoria non c’è storia; un popolo senza memoria è un popolo senza storia: questo concetto, da un po’ di tempo lo sento ripetere molto spesso. Per questo, oggi, in Italia, celebriamo le giornate della memoria, le giornate del ricordo, memoriali, commemorazioni  ed altre iniziative simili.

Anche se tardivamente, magari dopo alcuni decenni, talvolta, lo stesso Stato, ammette le proprie responsabilità in certi eventi: allora si parla di strage di Stato, ma i colpevoli, ormai non ci sono più o non saranno mai più ricercati.

Ecco un caso emblematico: lo avevano definito molti decenni fa “il triangolo della morte”. Oggi è diventato “quadrilatero”. Probabilmente in futuro diventerà pentagono, esagono, ettagono della morte.

Nel 1979 comincia a manifestarsi in modo eclatante la strage del “triangolo”: esplode il caso dei bambini malformati di Augusta; si accerta l’elevato numero dei morti di cancro; nel mare di Augusta entra incontrastata la morte: il responsabile si chiamava “progresso”.

Scatta l’allerta delle autorità sanitarie: l’inquinamento sta provocando una strage. Solo 11 anni dopo, il 30 novembre 1990 il governo italiano definisce il “triangolo” area ad elevato rischio di crisi ambientale, ma il decreto rimane solo un pezzo di carta. Poi, 18 anni dopo, il “triangolo” diventa SIN (sito di interesse nazionale), cioè luogo riconosciuto inquinato che occorre necessariamente bonificare. Anche questo è rimasto solo carta.

Per far memoria, per ricordare, per denunciare, a partire dal 28 febbraio 2014, ad Augusta e nella sola Augusta, si comincia a stilare l’elenco delle vittime del cancro: i nomi saranno letti ad uno a uno durante un’apposita celebrazione in chiesa. La lista, mese dopo mese, si allunga: 156, 250, 320, 580, 635, si superano i mille. La lista genera interesse, ma anche perplessità e paura: se ne occupa la magistratura, i tabulati con i nomi, con l’età, con il lavoro svolto e con la patologia di ognuna delle vittime finisce sul tavolo del governo e di due  presidenti della Repubblica, se ne parla  in Parlamento italiano ed europeo: la strage, per i familiari delle vittime e delle stesse vittime, è certa, indiscutibile; altri poteri, evidentemente compromessi e colpevoli, si affanneranno consapevolmente a negare, minimizzare, confondere.

Da ben quaranta anni, quando fu lanciato l’allarme, un intervento istituzionale risolutivo non è mai avvenuto;

pertanto, senza alcuna esitazione, quanto sta accadendo, ad Augusta e dintorni, merita di essere definito STRAGE DI STATO.

Ma ancora una volta, lo Stato tergiversa a riconoscere i colpevoli ed a riconoscersi responsabile della strage di Augusta e del “triangolo” o “quadrilatero”: la strage di Augusta è “strage di stato” perché è frutto del “consapevole non intervento istituzionale” a promozione e difesa degli articoli 1 e 32 della Costituzione.

COME LE VITTIME DELLA MAFIA, DEL TERRORISMO DELLE CALAMITÀ;
COME LE VITTIME DELLE FOSSE ARDEATINE, DI MARZABOTTO E DELLA GUERRA;
COME LE VITTIME DELLE FOIBE;
COME LE VITTIME DI MARCINELLE;
COME LE VITTIME DEGLI INCIDENTI SUL LAVORO;
ANCHE NOI
ATTENDIAMO GIUSTIZIA
E UN DOVEROSO RICONOSCIMENTO
DA PARTE DELLO STATO ITALIANO. 

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